Caso Netflix: la linea sottile tra violazione del copyright e fair use secondo i giudici americani

Luca Davini
Avvocato in Milano e Torino

Una cantautrice americana ha chiamato in causa Netflix Inc., Amazon.com Inc. e Apple Inc., sostenendo che le tre società avrebbero violato i diritti di copyright registrati su una canzone per bambini incisa dalla cantante.

La violazione si sarebbe consumata attraverso la distribuzione e lo streaming sulla piattaforma Netflix di un film-documentario sul Burlesque, all’interno del quale si ha uno spezzone di otto secondi della canzone nella scena dove una ballerina la utilizza come accompagnamento di sottofondo per la sua performance di burlesque.

Netflix ha fondato la propria difesa principalmente sul motivo del “fair use”, ossia di un uso dello spezzone della canzone in linea con la legge americana sul copyright e quindi non in violazione di alcun diritto riconosciuto in capo alla cantautrice.

Il tribunale distrettuale adito, pronunciatosi sul caso, ha accolto le difese di Netflix, riconoscendo quindi l’assenza di violazioni del copyright. A seguito del ricorso della cantautrice in appello, anche il Tribunale del Secondo Circuito ha sostenuto la difesa di Netflix, confermando quindi la decisione presa in primo grado.

Il Tribunale, effettuando per la prima volta un’indagine approfondita sul significato di “fair use” in base ai requisiti previsti dalla Sezione 107 del Copyright Act americano, ha infatti chiarito che:

1) Scopo e carattere dell’uso: se il lavoro/opera in cui viene incorporato l’elemento soggetto a copyright non si limita a riprodurlo, ma lo inserisce in un contesto nuovo, con uno scopo diverso e un messaggio diverso, non si ha violazione del copyright, ma fair use.

Nel caso di specie, secondo il Tribunale il film-documentario era incentrato sul burlesque, combinando spettacoli con esami di aspetti culturali e altri elementi, non costituendo pertanto una mera riproduzione della canzone per bambini in violazione del copyright;

2) Quantità della porzione di canzone utilizzata: secondo il Tribunale, la circostanza per cui – su un brano che dura 190 secondi – se ne sentano solamente 8 permette di affermare che tale brano sia stato utilizzato in modo ragionevole e quindi in modo equo;

3) Effetto dell’uso sul mercato dell’opera protetta da copyright: anche qui il Tribunale ha chiarito che un brano di otto secondi – estrapolato da una canzone per bambini di oltre tre minuti – ed inserito in un film documentario con un argomento per adulti non ha evidentemente il fine di “attirare” il pubblico a cui normalmente il brano è indirizzato, non avendo quindi l’effetto di sostituire la canzone per bambini protetta da copyright.

In conclusione, tenuto conto dei vari aspetti critici legati alla materia in esame, è bene tenere a mente che la disciplina sul copyright viene affrontata in maniera diversa a seconda dell’ordinamento considerato.

Se – come visto – negli Stati Uniti il copyright costituisce una tutela di tipo economico, soggetta ad una disciplina e a tutele parzialmente diverse, in Italia, questo viene trattato essenzialmente come sinonimo del diritto d’autore (legge 633/1941), fornendo quindi una tutela giuridica più forte.

#copyright #tutelacopyright #proprietàintellettuale #FocusUSA #Netflix #contenziosocopyright #fareaffariinsicurezza #dirittonuovetecnologie

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*