Concorrenza sleale: la decisione della Corte di Cassazione in materia di indebita appropriazione della lista clienti altrui

Marcello Mantelli
Avvocato in Milano e Torino

Con ordinanza 13 luglio 2021, n. 19954, la Corte di Cassazione è intervenuta sul tema della concorrenza sleale per appropriazione dei nomi di clienti prestigiosi di impresa concorrente.

Ai sensi dell’art. 2598 comma 1 n. 2 c.c., compie atti di concorrenza sleale chiunque diffonde notizie idonee a creare un discredito nei confronti dei prodotti di un concorrente, “o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente”.

In quest’ultima ipotesi, l’appropriazione di pregi altrui è realizzata al fine di aumentare il proprio prestigio, attribuendosi meriti in realtà appartenenti ad altra impresa concorrente (c.d. agganciamento).

La questione da chiarire in Cassazione era se appropriarsi della lista clienti di un’impresa concorrente potesse rappresentare un’ipotesi di appropriazione di pregi altrui o meno. Questo il caso sottoposto alla Suprema Corte:

Un’impresa – operante nel settore della comunicazione – contestava a un’agenzia pubblicitaria di aver elencato nel proprio sito internet i nomi di clienti noti al pubblico lasciando intendere che si trattasse di clienti per i quali l’agenzia in passato aveva curato campagne pubblicitarie.

Ma si trattava in realtà di clienti gestiti solo dall’impresa concorrente, i quali nulla avevano avuto a che fare con l’agenzia pubblicitaria che li aveva però inseriti nel proprio carnet in quanto clienti prestigiosi, al fine di aumentare il proprio prestigio sul mercato.

In primo e secondo grado sia il Tribunale sia la Corte d’appello non avevano però ravvisato alcuna forma di concorrenza sleale per appropriazione di pregi altrui, in quanto i nomi dei clienti non fornirebbero un pregio aggiuntivo per l’agenzia, che sarebbe stata unicamente responsabile per aver effettuato una pubblicità menzognera a danno del mercato in generale e non del singolo concorrente.

Successivamente la Corte di Cassazione ha chiarito che l’imprenditore concorrente che si appropria di una lista clienti di altra impresa si auto-attribuisce qualità in realtà attribuibili all’altra impresa come se si trattasse di clienti già appartenenti alla propria attività.

Questo atteggiamento – secondo la Suprema Corte – integra gli estremi della concorrenza sleale in quanto genera nella potenziale clientela un’erronea convinzione in merito ad elementi in realtà non corrispondenti all’effettiva attività svolta fino a quel momento dall’imprenditore, condotta che non si può ritenere come semplice “pubblicità menzognera” come precedentemente deciso dai giudici di merito.

L’unica situazione in cui non si configura un’appropriazione di pregi è quella in cui l’impresa attribuisce a sé pregi non appartenenti ad altra impresa, ma pregi inesistenti, in quanto in tale ipotesi si avrebbe un vantaggio per l’operatore scorretto, ma nessun pregiudizio concreto per l’impresa concorrente.

Per tale motivo, la Suprema Corte ha sottolineato come, nel caso di specie, la condotta dell’agenzia volta ad appropriarsi indebitamente del carnet di clienti dell’impresa concorrente integri gli estremi dell’appropriazione di pregi di cui all’art. 2598.1 n.2 c.c. e, come tale, costituisce atto illecito di mero pericolo idoneo ad integrare un’ipotesi di concorrenza sleale.

#concorrenzasleale #agganciamento #appropriazionedipregi #attoillecitodipericolo #contenzioso #pubblicitàmenzognera #concorrenzaslealeappropriativa #dirittocommerciale #tutelaconcorrenza

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*