Contratto di sviluppo software: a chi spetta la tutela del diritto d’autore e i diritti patrimoniali?

Luca Davini
Avvocato in Milano e Torino

Il contratto di sviluppo software rappresenta un tipo di accordo atipico, disciplinato all’interno dell’ordinamento italiano mediante l’applicazione delle norme in materia di appalto – nel caso in cui incaricata dello sviluppo sia un’agenzia – o del contratto d’opera – nel caso contrario in cui lo sviluppatore sia un professionista autonomo.

L’inquadramento giuridico così delineato non influisce tuttavia sulla disciplina relativa al diritto d’autore, la quale risulta particolarmente importante nel contesto di un rapporto contrattuale alla cui base vi è proprio la creazione di un’opera dell’ingegno.

Sebbene, infatti, il software non possa essere propriamente definito “opera d’arte”, va detto che la proprietà intellettuale a questo relativa viene comunque tutelata dalla Legge sul diritto d’autore (L.A. 633/1941).

Appare quindi necessario chiarire una questione centrale: a chi spettano i diritti d’autore e i diritti patrimoniali relativi al software?

Se con riguardo alla componente “morale” del diritto d’autore è agevole riconoscerne la piena titolarità in capo allo sviluppatore (trattandosi di un diritto inalienabile), lo stesso non può dirsi altrettanto facilmente con riguardo ai diritti patrimoniali legati al software.

Malgrado la regola generale – di cui all’art. 63 del Codice della Proprietà Intellettuale (CPI) – preveda che i diritti economici derivanti dall’opera creativa spettino all’autore originario, tale regola sopporta tuttavia delle rilevanti eccezioni:

1- art. 64 CPI, il quale deroga al principio della titolarità dell’opera in capo all’autore originario nel caso delle invenzioni create dal dipendente. In tal caso, in presenza di un contratto di lavoro che preveda la realizzazione di una determinata opera dietro compenso, i diritti di utilizzazione economica ricadono in capo al datore di lavoro (fatto salvo il diritto morale del creatore dell’opera di esserne riconosciuto quale autore);

2- art. 12-bis L.A., in base al quale, proprio in materia di software, si stabilisce che “salvo patto contrario, il datore di lavoro è titolare del diritto esclusivo di utilizzazione economica del programma per elaboratore o della banca dati creati dal lavoratore dipendente nell’esecuzione delle sue mansioni o su istruzioni impartite dallo stesso datore di lavoro”.

Se queste deroghe trovano applicazione nei casi in cui vi sia un rapporto di lavoro subordinato tra un committente e uno sviluppatore software, cosa succede tuttavia nel caso in cui lo sviluppatore è un lavoratore autonomo?

In base a quanto stabilito recentemente dal Tribunale di Bologna (sezione specializzata in materia di impresa, Sent. n. 96/2020) – e secondo quanto stabilito dalla disciplina del contratto a progetto contenuta nel Jobs Act (L. 81/2017) – i diritti di utilizzazione economica relativi alle invenzioni realizzate nell’esecuzione del contratto spettano al lavoratore autonomo, salvo che l’attività inventiva non sia prevista espressamente come oggetto del contratto tra le parti (in questo caso committente e sviluppatore del software).

In altre parole, nel caso in cui all’interno del contratto di sviluppo software venga espressamente prevista l’attività inventiva dello sviluppatore quale oggetto del contratto, tutti i diritti patrimoniali legati allo sviluppo del software spetteranno al committente.

Da tenere a mente quindi l’importanza di un’attenta e chiara regolazione contrattuale per evitare dispute sulla titolarità dei diritti derivanti dall’opera. Sarà infatti fondamentale per gli sviluppatori prevedere all’interno del contratto una clausola espressa mediante la quale chiarire la portata dell’attività svolta e la conseguente titolarità dei diritti patrimoniali.

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