Emergenza Coronavirus: gli effetti della pandemia sulla fashion industry Made in Italy

Nella situazione attuale di grave emergenza economica, uno dei settori maggiormente colpiti dalle misure di contenimento è sicuramente quello della moda Made in Italy, che rappresenta da solo il 4% del PIL italiano e che, ad oggi, si trova di fatto paralizzato.

La Federazione Moda ha già richiesto, attraverso Confcommercio, di includere il settore della moda tra quelli maggiormente colpiti dalle disposizioni dell’art. 61 del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18. Tra le istanze rivolte al Governo, figurano quelle relative a sgravi fiscali, proroghe di scadenze e richieste di indennizzi

Il settore della moda italiana valeva infatti, nel 2019, ricavi per oltre 90 miliardi di euro, in rialzo dello 0,8% e spinto fortemente dalle buone prestazioni nel settore export (+6,2% per 71,5 miliardi). All’inizio di febbraio 2020 la Camera della moda proiettava già perdite pari all’1,8% e, ormai due mesi dopo, i danni risultano essere molto più gravi. 

Le stime di Business of Fashion (BoF) parlano di cifre esorbitanti, soprattutto considerato che si prospetta una contrazione del 27-30% e che il valore generato dal sistema moda globale arriva a 2,5 trilioni di dollari. Per l’Italia si parla poi di un meno 25% nel settore del commercio al dettaglio (meno 50% in Cina), mentre marchi globali come Nike si preparano a chiudere in negativo il primo trimestre dell’anno. 

Il primo sentore era già stato avvertito durante la Milano Fashion Week del 18-24 febbraio 2020 dove diverse case di moda, tra cui Armani, hanno dovuto organizzare sfilate a porte chiuse con una evidente riduzione dell’afflusso di buyers asiatici

A causa del COVID-19 diverse industrie sono state poi costrette a chiudere o rallentare drasticamente la produzione, compromettendo la vendita delle collezioni primavera 2020 per la quantità di merce rimasta invenduta. Inoltre, è evidente come in questo settore lo smartworking imposto dalle misure di contenimento non sia idoneo a garantire l’adempimento delle obbligazioni e l’esecuzione dei contratti, data la necessità di una particolare manodopera, unita al funzionamento dei settori meccanico e tessile. 

È per tale ragione che, di fronte al calo della domanda di accessori e abbigliamento, il settore della moda ha modificato la propria attività in una delle “attività produttive essenziali” consentite dal Decreto 22 marzo 2020, riconvertendo la produzione di capi di moda nella realizzazione di mascherine. 

Tra gli altri effetti del lockdown figura inoltre il cambiamento del consumo dei social media, con diversi marchi che cambiano strategia e ricorrono a nuove modalità di vendita. Secondo le stime di BoF infatti, nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti il 24% dei consumatori prevede di spendere di più tramite i canali social. Inoltre, la crisi spinge il 13% dei consumatori europei a navigare negli e-tailer online per la prima volta, favorendo lo sviluppo dell’e-commerce. 

Per riassumere, la situazione che colpisce drasticamente il settore della moda Made in Italy richiede un necessario ripensamento dell’attività delle aziende e della fashion industry tutta.

In particolare, da un punto di vista legale, nei casi in cui vi sia un inadempimento delle obbligazioni contrattuali dovuto alla situazione di emergenza, occorrerà:

– preliminarmente verificare all’interno dei testi contrattuali la presenza di una clausola che regoli casi di forza maggiore e/o di hardship (sul punto si vedano gli approfondimenti pubblicati sul nostro blog);

– in mancanza di tali clausole, individuare la legge regolatrice del rapporto contrattuale;

– esaminare alla luce delle pattuizioni contrattuali e/o della legge applicabile al contratto la miglior strategia legale, da accertare caso per caso, con lo scopo di mitigare le conseguenze negative di eventuali inadempimenti dovuti all’emergenza Covid-19. 


Luca Davini 
Avvocato in Milano e Torino 

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