Franchising Cina: onere della prova in una controversia in materia di franchise royalties

La Cina, come noto, è un Paese appartenente alla tradizione di civil law. Per tale motivo, nell’affrontare in via generale la questione dell’onere della prova in caso di controversia tra le parti, non vi è alcuna previsione che stabilisca un obbligo in capo alla controparte convenuta in giudizio di fornire alcuna prova in suo possesso atta a “scagionarla”.

Tuttavia, una recente decisione della Corte d’appello cinese di Dalian ha chiarito come, nel caso in cui la parte attrice possa dimostrare che la parte convenuta possiede delle prove necessarie per l’adempimento di un’obbligazione contrattuale, tale aspetto può determinare un’inversione dell’onere della prova in capo alla parte convenuta, la quale – in tal caso – dovrà affrontare serie conseguenze qualora non mostri le prove in suo possesso.

Il caso in esame riguarda un rapporto di franchising e, in particolare, una controversia sorta tra franchisor e franchisee relativa all’importo delle royalties dovute dal franchisee nei confronti del franchisor.

Nello specifico, all’interno del contratto le parti calcolavano tali royalties con cadenza mensile e sulla base delle entrate lorde del franchisee. Più esattamente, per il primo anno le royalties dovevano essere calcolate nella misura del 5% delle entrate lorde mensili, mentre, a partire dal secondo anno, dovevano raggiungere la percentuale del 6%.

Il ricorso del franchisor si basava dunque sulla circostanza per cui il franchisee non avrebbe versato il corretto importo di royalties dovute. Tuttavia, in primo grado, il Tribunale competente rigettava il ricorso presentato sulla base di una insufficiente dimostrazione da parte del franchisor (attore) del mancato pagamento delle royalties da parte del franchisee.

A seguito di appello presso la Corte competente di Dalian, la decisione muta sul presupposto che in primo grado il Tribunale avrebbe commesso un errore proprio con riguardo all’onere della prova.

Secondo la Corte d’appello, infatti, sulla base di Alcune Disposizioni della Corte Popolare Suprema sulle Prove nelle Procedure Civili (最高人民法院关于民事诉讼证据的若干规, le “Previsioni”) – in particolare secondo l’art. 5 – qualora una controversia riguardi una performance contrattuale, la parte che abbia l’obbligo di eseguire la prestazione in questione avrà anche l’obbligo di dimostrare di averla adempiuta.

Inoltre – secondo l’art. 75 delle Previsioni citate – qualora vi siano prove per cui una parte detenga delle prove, ma rifiuti di presentarle senza alcuna motivazione valida e venga inoltre dimostrato che tali prove sono sfavorevoli alla parte che si rifiuti di presentarle, si presume che la richiesta della controparte sia valida e accoglibile.

Nel caso di specie, il franchisee poteva infatti presentare i saldi delle entrate lorde mensili, ma ha volontariamente deciso di non farlo, precludendo in questo modo la possibilità di controllare che le royalties – calcolate sulla base di tali entrate – fossero state pagate correttamente.

Per tali motivi, la Corte d’appello ha dunque accolto la richiesta del franchisor e ha condannato il franchisee per non aver fornito prove necessarie che, in base all’inversione dell’onere della prova, spettava al franchisee presentare.

Per riassumere – nel concludere un contratto di franchising con un partner cinese – qualora la legge applicabile sia quella cinese, sarà necessario considerare che, seppure risulti obbligatorio inserire all’interno del contratto le modalità di pagamento delle royalties, nulla viene stabilito nel caso in cui esse non siano specificamente indicate e, soprattutto, non esiste un obbligo in capo al franchisee volto a garantire al franchisor l’accesso ai dati relativi alle vendite effettuate (sulla base dei quali effettuare anche l’eventuale controllo delle royalties dovute).

Per tale motivo, il suggerimento pratico per i franchisors, in un caso simile a quello analizzato, è quello di prevedere all’interno del contratto una clausola specifica che consenta di accedere alle informazioni relative alle vendite effettuate dai franchisees.

Qualora tuttavia tale clausola non sia stata prevista, sarà sempre possibile valutare l’ipotesi, in sede di contenzioso, di richiedere un pagamento più alto (ovviamente in maniera ragionevole) rispetto a quello effettivamente dovuto dal franchisee, in modo tale da costringere quest’ultimo, in virtù dell’inversione dell’onere della prova e per evitare di pagare una somma non dovuta, a mostrare i (reali) dati in suo possesso.

Luca Davini
Avvocato in Milano e Torino

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Marcello

Temo che lei non abbia inquadrato correttamente la questione dal punto di vista giuridico.Saremo lieti di fornirle un preventivo per erogare una consulenza alla luce dell'esame del contratto, della corrispondenza intercorsa e della legge applicabile.Nel caso intenda richiedere un preventivo può scrivere a [email protected] esponendo i suoi quesiti. cordiali saluti

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gabriele

per quanto riguarda i 3 months notice ricevuta (avevo chiesto 6 mesi di preavviso, essendo agente esclusivo per l'Italia da 18 anni)mi e' stata negata, nonostante anche l'Inghilterra abbia sottofirmato gli accordi Europei, mi hanno risposto che fa fede la corte inglese che prevede comunque non piu' di 3 mesi. Mi vedo costretto ad accettare, non potendo chiaramente accollarmi delle spese di un legale che operi in Inghilterra. Ma quello che desidero essere certo,e' che con la data della notifica di disdetta inviatami, sia certo che io sono loro agente x i tre mesi rimanenti e la mandante non puo'personalmente o con un nuovo agente operare sul territorio Italiano prima dello scadere dei 3 mesi. Ad esempio ,contattare i miei clienti e programmare una campagna vendite.

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Marcello

La risposta precedente era generica e a titolo di cortesia. Come potrà comprendere non possiamo fornire una consulenza senza aver studiato il caso.

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gabriele

Quindi, se io non accetto una dilazione dell'indennita' dovuta ed accettata , la legge inglese prevede che la mandante mi debba liquidare in un'unica soluzione?

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Marcello

Buongiorno, in linea di principio il pagamento dell'indennità, se legalmente dovuta, dovrebbe essere effettuato in un' unica soluzione ma le parti possono concordare diversamente. cordiali saluti Marcello Mantelli

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