Hardship nella vendita internazionale

Nel contesto di contratti di vendita internazionale nei quali intercorre un certo periodo di tempo tra la stipula e l’esecuzione può accadere che mutino nel tempo le circostanze rispetto a quelle presenti alla data della stipula del contratto e che un impedimento esterno imprevedibile ed indipendente dalla volontà renda impossibile l’esecuzione della prestazione contrattuale di una parte.

In questo caso, alle condizioni previste dall’art.79 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Contratti di Vendita Internazionale di Merci (Vienna, 1980, in seguito la “Convenzione di Vienna”), sarà possibile invocare l’applicazione della causa di forza maggiore (cfr il nostro precedente articolo su questo blog sulla causa di forza maggiore) e, a seconda dei casi, sospendere o risolvere il contratto.

Diverso è invece il caso delle situazioni di hardship che si verificano quando un evento altera sostanzialmente l’equilibrio economico del contratto in misura tale da rendere eccessivamente oneroso l’esecuzione dell’impegno contrattuale da parte del contraente colpito dall’evento negativo.

In questo caso non è presente il requisito dell’impossibilità: l’adempimento è possibile ma il costo sarà molto più oneroso di quanto era stato previsto al momento della firma del contratto.

Ad esempio:

-dopo la firma del contratto di vendita di tubi in acciaio aumentano in misura abnorme i prezzi dell’acciaio;

-una linea di navigazione viene improvvisamente chiusa (canale di Suez) ed i costi di consegna aumentano enormemente dovendosi percorrere una rotta marittima molto più lunga per arrivare a destinazione in Asia.

Per quanto le parti si sforzino di prevedere varie clausole di copertura dei rischi (di cambio, di aumento dei prezzi delle materie prime), è obiettivamente impossibile prevedere tutti i possibili mutamenti economici di grande impatto che possano in futuro incidere sul contratto.

Per prevenire queste situazioni -e potenziali contenziosi- nella pratica degli affari si ricorre ad una specifica clausola denominata di hardship ed a questa si farà riferimento per coprire i rischi derivanti dalle situazioni sopra descritte. La clausola in questione normalmente prevederà un obbligo di rinegoziare il contratto mentre, di norma, quella sulla forza maggiore verterà principalmente sulla sospensione o sulla risoluzione del contratto.

Ad esempio, la clausola di hardship proposta dalla Camera di Commercio Internazionale che si può riprodurre o richiamare nei contratti semplicemente facendo riferimento alla “ICC Hardship Clauseprevede, in sintesi, che qualora l’esecuzione della prestazione sia divenuta eccessivamente onerosa a causa di un evento al di fuori del controllo, che non poteva essere ragionevolmente previsto al momento della sottoscrizione del contratto e che non era ragionevolmente evitabile, le parti siano tenute a rinegoziare il contratto (o a risolverlo se non è possibile raggiungere un’intesa negoziale).

Lo scopo è quello di “salvare” il contratto adattandolo, a cura delle parti, alla nuova situazione commerciale apportando modifiche ragionevoli che rimedino allo sbilanciamento economico. È quindi presente un obbligo a trattare con buona fede che, se non rispettato da una parte, legittimerà l’altra alla richiesta di risarcimento danni.

Nel caso invece non sia presente una clausola specifica sull’hardship nel contratto, la giurisprudenza arbitrale, anche più risalente, appare orientata a riconoscere un dovere di cooperazione tra le parti nel superare gli ostacoli che si frappongono all’esecuzione del contratto e di applicazione del principio di buona fede, con conseguente obbligo di rinegoziazione dei termini e condizioni contrattuali (cfr ICC 2508/1976, 4761/1987).

Quindi rifiutare una trattativa sarebbe contrario al predetto dovere di cooperazione.

I Principi Unidroit in vigore (artt.6.2.1,6.2.2 e 6.2.3, sezione sull’esecuzione del contratto) prevedono espressamente le situazioni di hardship e l’obbligo di rinegoziare in buona fede il contratto e, in caso di fallimento delle trattative, il possibile ricorso al giudice o all’arbitro competente per chiedere la risoluzione o la modificazione del contratto per ristabilire l’equilibrio originario.

Anche nel caso in cui i Principi Unidroit non siano stati indicati espressamente nel contratto di vendita oggetto di lite, alcune decisioni arbitrali -ed anche giudiziali- li applicano ad integrazione della legge applicabile considerandoli regole ammesse in tutto il mondo nella pratica dei contratti o come espressione dei principi generali della lex mercatoria  o come regole applicabili del diritto del commercio internazionale, con l’effetto di imporre una rinegoziazione del contratto in mancanza di una clausola specifica.

Si noi poi che nel 2007 il CISG Advisory Council , che esprime orientamenti sull’applicazione della Convenzione di Vienna, ha pubblicato una blackletter Opinion nella quale affermava: un mutamento delle circostanze che non si può ragionevolmente ritenere sia stato preso in considerazione, che renda l’esecuzione dell’obbligazione eccessivamente onerosa (“ hardship”), può essere valutato come un “impedimento” in base all’articolo 79 (1) della Convenzione di Vienna, per quanto essa non regoli espressamente la questione dell’hardship.

Ad esempio, nel caso Scafom (Cour de Cassation, 19 giugno 2009, n. C luglio 0289.N (Scafom International BV v. Lorraine Tubes S.A.S.), la Corte di Cassazione Belga ha integrato l’art.79 con i Principi Unidroit per giungere ad imporre un obbligo di rinegoziazione ai contraenti.

Nonostante vi siano evidenze di tendenze giurisprudenziali di appoggio ad una adattabilità del contratto in presenza di gravi circostanze che ne alterano sostanzialmente l’equilibrio, il consiglio pratico è quello di prevedere espressamente nei contratti specifiche clausole di hardship facendo riferimento a quella proposta dalla CCI o disegnando su misura clausole specifiche.

Marcello Mantelli

Avvocato in Milano – Torino

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*