Norvegia: la nozione di agente commerciale secondo la Corte EFTA

Luca Davini
Avvocato in Milano e Torino

Come analizzato in precedenza, la questione relativa alla definizione di “agente commerciale” sollevata innanzi alla corti norvegesi nell’ambito di una controversia in materia di agenzia commerciale ha richiesto diversi interventi, non soltanto da parte delle corti interne norvegesi, ma anche da parte della Commissione europea e, da ultimo, della Corte EFTA.

Se, da un lato, la Corte d’appello norvegese ha ritenuto infatti che un soggetto è “agente” solamente qualora adempia al preciso obbligo di procurare e ricevere ordini da parte dei clienti per poi trasmetterli al preponente, dall’altro, la Commissione Ue si è espressa in maniera radicalmente opposta.

Nelle sue considerazioni, la Commissione ha chiarito che diverse disposizioni della Direttiva 86/653 (in materia di agenzia commerciale) suggeriscono che il compito degli agenti di commercio di “negoziare” per conto del preponente non richiede necessariamente che essi concludano transazioni o raccolgano ordini, sostanziandosi quindi in un ruolo da intermediario avente il fine di agevolare solamente la conclusione degli affari.

Vista la situazione di incertezza, la Corte suprema norvegese, investita della questione, ha ritenuto necessario richiedere preliminarmente alcuni chiarimenti alla Corte EFTA sulla corretta interpretazione del termine “negoziare” di cui alla Direttiva 86/653 e, di conseguenza, sull’effettiva attività che l’agente deve porre in essere per conto del preponente al fine di essere definito “agente commerciale”.

Nella decisione del 14 dicembre 2021, la Corte EFTA ha quindi chiarito che il termine “negoziare” dovrebbe essere interpretato nel senso di non presupporre necessariamente il coinvolgimento diretto dell’agente negli ordini effettuati dai clienti al preponente.

Questo poiché la Corte ha osservato che “negoziare” operazioni non equivale necessariamente a concluderle, in quanto la negoziazione può comunque avere luogo anche se l’agente non conclude una transazione. Di conseguenza, il coinvolgimento dell’agente nel finalizzare una transazione è solamente incidentale e non rappresenta quindi un requisito essenziale della sua attività.

Inoltre, la Corte ha rilevato che l’attività svolta dall’agente in qualità di intermediario (come analizzato nella sentenza Trendsetteuse della Corte di Giustizia Ue) non implica necessariamente che l’agente debba avere un ruolo attivo nella collezione degli ordini per conto del preponente.

Per questi motivi, secondo la Corte EFTA il compito principale dell’agente commerciale è portare nuovi clienti e aumentare il volume di affari con quelli esistenti, e questo può essere fatto senza avere un ruolo attivo negli ordini dei clienti.

Nel dare tale definizione del termine “negoziazione”, la Corte EFTA ha tuttavia chiarito che tale termine – sebbene non implichi la necessaria conclusione dell’ordine da parte dell’agente – non può essere interpretato in modo così ampio da ricomprendere tutte le attività legate alla vendita.

Così, a titolo di esempio, posto che l’agente commerciale deve fungere da effettivo intermediario tra il cliente e il preponente, non sarà sufficiente che un soggetto effettui una mera prestazione di servizi commerciali o promozionali al fine di essere qualificato quale un “agente commerciale”.

Nell’affermare ciò, la Corte EFTA ha concluso chiarendo che non è tuttavia possibile elencare tutti i fatti rilevanti per valutare se il termine “negoziazione” sia ogni volta soddisfatto; spetterà, in altre parole, al giudice nazionale tenere conto di tutte le circostanze del caso concreto, sulla base dell’accordo tra le parti e delle attività concretamente svolte.

Resta da vedere quale sarà l’ultimo capitolo di questa intricata vicenda, ossia come la Corte suprema norvegese dirimerà definitivamente la controversia sulla base dell’interpretazione data dalla Corte EFTA.

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