Vendite internazionali in Thailandia: consigli pratici per lo sviluppo di un business sicuro nel sud est asiatico

Come già visto in precedenza su questo blog in uno specifico focus sul Vietnam, uno studio congiunto di Banca Dati Previsioni e World Economic Outlook ha permesso di individuare i mercati che offrono le migliori opportunità per le imprese esportatrici italiane nel biennio 2020-2021: in testa alla classifica troviamo quasi tutti Paesi dell’Asia e quattro di loro (Vietnam, Filippine, Thailandia e Indonesia) fanno parte dell’ASEAN, Association of South-East Asian Nations.

Oggi concentriamo l’attenzione sulla Thailandia, mercato molto interessante per quanto riguarda turismo, automotive, meccanica e produzione e distribuzione alimentare.

Con una crescita esponenziale soprattutto negli ultimi dieci anni, la Thailandia è ad oggi uno dei Paesi più all’avanguardia dell’intero sud est asiatico, con una forte modernizzazione del sistema amministrativo e statale grazie all’adozione di livelli di qualità e standard paragonabili a quelli europei o americani in tema di certezza del diritto, di salute pubblica ed alimentare.

Questo, unitamente alla partecipazione del Paese all’ASEAN, garantisce la circolazione delle merci a dazi azzerati tra i diversi Stati Membri, oltre a permettere lo sviluppo del commercio verso un’area di mercato di oltre 250 milioni di abitanti.

Inoltre, la presenza di numerosi accordi bilaterali tra Thailandia ed Europa ha permesso poi la crescita degli scambi di specifici beni e lo sviluppo di industrie su aree territoriali a tassazione e legislazione preferenziale.

Molte sono, dunque, le possibilità di sviluppo di un business, anche grazie all’introduzione di una legge sulla lotta alla corruzione, oltre che l’adozione di moltissimi standard di qualità internazionali, i quali hanno obbligato il Paese al rispetto delle norme e all’abbandono di determinati comportamenti che potevano in passato scoraggiare dall’avviare un’attività in loco.

Dal punto di vista legale e contrattuale, tuttavia, bisogna prestare particolare attenzione nel procedere con la conclusione di un contratto di vendita internazionale con un partner thailandese.

In particolare, ipotizziamo che un esportatore italiano concluda un contratto di compravendita con un acquirente thailandese e che tale contratto – che non prevede alcuna clausola di scelta del diritto applicabile – venga stipulato in Thailandia.

La Thailandia – diversamente dall’Italia – non è parte della Convenzione delle Nazioni Unite sulla vendita internazionale di merci (Vienna, 1980), di conseguenza tale Convenzione non sarà automaticamente applicabile.

In questi casi, sarà necessario accertare quale sia la legge applicabile secondo il diritto internazionale privato (dip) di ciascuno degli Stati coinvolti:

– secondo il dip thailandese (art. 13 del Conflicts of Law Act del 1938) si deve fare riferimento al luogo dove il contratto è stato concluso (in questo caso, in Thailandia) e dunque si avrà applicazione del diritto thailandese;

– viceversa, secondo il dip italiano (art. 4 del Regolamento Roma I), si applica la legge del Paese in cui il venditore ha la residenza abituale (in questo caso, in Italia) e dunque si avrà applicazione del diritto italiano.

Ciò significa che, se la controversia sarà portata davanti ad un giudice thailandese, in mancanza di una valida clausola di scelta della legge applicabile, troverà applicazione il diritto di tale Paese (che ricordiamo essere dotato di un sistema giustizia molto efficiente, con tempi e costi per i procedimenti molto ridotti rispetto agli altri Paesi del sud est asiatico), mentre se la controversia sarà presentata innanzi ad un tribunale italiano, si avrà applicazione del diritto italiano (e cioè, nel caso di specie, la Convenzione di Vienna citata).

Una valida alternativa può essere quella di prevedere all’interno del contratto l’arbitrato quale metodo di risoluzione delle controversie rispetto al ricorso al giudice nazionale, dato che la Thailandia ha aderito alla Convenzione di New York del 1958 in materia di riconoscimento ed esecuzione di lodi arbitrali internazionali. Per un ulteriore approfondimento su pro e contro di tale scelta e sulla previsione di una clausola arbitrale per effettuarla, si rimanda al “decalogo” (in progress) sul nostro blog in materia di arbitrato internazionale.

Luca Davini
Avvocato in Milano e Torino

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Marcello

Buonasera, grazie per la sua richiesta. Per richiedere una consulenza deve inviare un'email con il suo quesito, allegando il contratto e ogni altro documento rilevante (ad esempio scambio di email) a [email protected] forniremo un preventivo una volta ottenuto il suo consenso al trattamento dei dati personali al fine dell'evasione della richiesta. cordiali saluti La segreteria

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Matteo

Salve, Ho depositato una SECONDA versione di un mio brano, insieme ad un'altra persona, che (nel deposito stesso, da parte mia su Soundreef, da parte sua su Siae) figura come arrangiatore. Io, sempre come autore e compositore. Nei rispettivi depositi le percentuali su DEM e DRM sono così suddivise: 60% io 40% lui. La persona che doveva figurare come arrangiatore, mi ha girato il "contratto di distribuzione" della MgM (in cui invece, inaspettatamente, figura come etichetta discografica). Fino a dove arrivo a capire in ambito legale, leggendo il contratto ci sono diverse cose che, a mio avviso, non tornano. Volevo sapere come fare per richiedere una consulenza da parte vostra. Grazie in anticipo. Matteo.

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Marcello

Temo che lei non abbia inquadrato correttamente la questione dal punto di vista giuridico.Saremo lieti di fornirle un preventivo per erogare una consulenza alla luce dell'esame del contratto, della corrispondenza intercorsa e della legge applicabile.Nel caso intenda richiedere un preventivo può scrivere a [email protected] esponendo i suoi quesiti. cordiali saluti

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gabriele

per quanto riguarda i 3 months notice ricevuta (avevo chiesto 6 mesi di preavviso, essendo agente esclusivo per l'Italia da 18 anni)mi e' stata negata, nonostante anche l'Inghilterra abbia sottofirmato gli accordi Europei, mi hanno risposto che fa fede la corte inglese che prevede comunque non piu' di 3 mesi. Mi vedo costretto ad accettare, non potendo chiaramente accollarmi delle spese di un legale che operi in Inghilterra. Ma quello che desidero essere certo,e' che con la data della notifica di disdetta inviatami, sia certo che io sono loro agente x i tre mesi rimanenti e la mandante non puo'personalmente o con un nuovo agente operare sul territorio Italiano prima dello scadere dei 3 mesi. Ad esempio ,contattare i miei clienti e programmare una campagna vendite.

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Marcello

La risposta precedente era generica e a titolo di cortesia. Come potrà comprendere non possiamo fornire una consulenza senza aver studiato il caso.

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